#Firenze2015, Giorno 4: donne, giovani e altre religioni

Immaginiamo il Convegno Ecclesiale come un pranzo. Martedì il Papa ha suggerito il menù, ieri i delegati si sono confrontati sulle portate. Oggi il cibo è in pentola, la tanta carne al fuoco sta cuocendo. Stamattina, nei gruppi, si è rifinito il lavoro di ieri. Le relazioni dei tavoli sono state consegnate ai cinque relatori (uno per ogni “via”), che avranno il compito, domani, di fare sintesi. Nel pomeriggio i vari incontri in giro per Firenze, buoni anche per gustarne la bellezza.

Firenze 12-11-2015 Partecipanti e lavori  in occasione del Convegno Ecclesiale della Conferenza Episcopale Italiana Gruppi di lavoro Ph: Cristian Gennari/Siciliani

Una giornata tutto sommato di passaggio, che permette di fermarsi su alcuni nodi emersi nel Convegno. Il primo viene dal momento introduttivo di oggi, una preghiera ecumenica con i saluti del rabbino e dell’imam di Firenze. Un gesto simbolico nel senso letterale del termine: simbolo deriva da syn ballo che in greco significa “mettere insieme”, “unire”. Così le grandi religioni monoteiste sono “unite” nell’affermare la centralità della persona contro ogni violenza e fondamentalismo. Bello in particolare il saluto dell’imam, Izzeddin Elzir: «Quando si supera l’arroganza, ciascuno di noi ha la possibilità di aiutare l’altro a diventare ciò che dovrebbe essere». Riecheggia il pensiero di Magatti: l’unica via per il nuovo umanesimo è quella delle relazioni costruttive.

Firenze 12-11-2015 Partecipanti e lavori  in occasione del Convegno Ecclesiale della Conferenza Episcopale Italiana dialogo con  Izzeddin Elzir, imam di Firenze e presidente dell’UCOII (Unione Comunità Islamiche d’Italia). Ph: Cristian Gennari/Siciliani

Il secondo tema è la maggiore valorizzazione delle donne nella Chiesa. Sempre nella preghiera ecumenica, una pastora valdese ha guidato la riflessione. E la presenza di delegate è di fatto maggiore, in termini quantitativi, rispetto agli scorsi Convegni. D’altronde, Francesco chiede alla Chiesa di essere “mamma”: e come possiamo ascoltarlo, se le più esperte in materia rimangono ai margini?

Infine, il Convegno Ecclesiale allo stesso tempo domanda e afferma un maggiore impegno dei giovani. Giovani che, come diceva un bell’articolo oggi su Avvenire, non sono per la Chiesa una «categoria sociologica»; ma una parte vitale per comprendere e costruire il cambiamento nel presente. Chi può dire alla Chiesa come si sta sui social, se non i giovani? Chi può leggere la vita precaria e pendolare, se non la nostra generazione? Non è più il tempo di pensare per i giovani. È tempo di pensare con i giovani. E i giovani, lo si è visto in questi giorni, sanno portare pensiero originale e unico.

Firenze, 11-11-2015. Il V Convegno Ecclesiale Nazionale. I gruppi di lavoro. Foto Agenzia Romano Siciliani/s

E così anche per questa giornata è tutto, il Convegno è quasi al termine. Domani i lavori saranno conclusi dall’intervento del cardinale Bagnasco. Ma quel pranzo, a cui assomiglia il Convegno Ecclesiale, è in realtà solo all’antipasto. Nei territori e fino alle più piccole parrocchie bisognerà “mettersi a tavola” e ragionare insieme su come tradurre gli spunti di questi giorni. Unica condizione: mantenere ovunque un clima di gioia, come quando ci si riunisce per una festa!

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#Firenze2015, Giorno 3: 200 tavoli (non è la Leopolda)

Premessa: stasera è tardi perché ci siamo trovati con i delegati giovani di Azione Cattolica e siamo andati a berci una birra. Anche questo è Convegno ecclesiale. Nella normalità della vita si sta bene insieme. «La Chiesa non è un rifugio per gente triste», ha detto una volta il Papa. Condividere la vita è la prima cosa bella!

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I delegati del Settore Giovani di AC con il Presidente Truffelli

Ieri il cambiamento è arrivato con le parole di Francesco. Oggi, invece, passa attraverso il metodo dei lavori. Nella gran parte della giornata siamo riuniti in gruppi. Per ognuna delle 5 vie (Abitare, Annunciare, Educare, Trasfigurare, Uscire) ce ne sono diversi. In ogni gruppo 10 persone sedute attorno a un tavolo, rotondo con tovaglia rossa. In totale, oltre 200 tavoli. Un “facilitatore” guida la discussione, e a ogni tavolo sono seduti almeno un vescovo o cardinale, alcuni laici e dei consacrati. Cominciamo dal raccontarci chi siamo: nel mio gruppo, tra gli altri, il vescovo di Chioggia e una suora di Palermo cresciuta con don Puglisi. Tutti allo stesso livello. Le etichette non contano, conta parlare per costruire. Alla fine della giornata il “facilitatore” raccoglie tre proposte concrete. Noi, ad esempio, suggeriamo che la Chiesa si attivi affinché le sue strutture (musei, cooperative, case per ferie…) possano ospitare studenti in alternanza scuola/lavoro, così che gli stage possano essere inseriti in ambienti e percorsi formativi. Sarebbe un bel servizio al Paese, no? Pensiamoci.

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Prima del lavoro nei tavoli, la giornata si era aperta con le due relazioni fondative del Convegno. Un sociologo, Mauro Magatti, e un teologo, don Pino Lorizio, parlano del nuovo Umanesimo. Le parole chiave sono resilienza, alleanzaconcretezza. La resilienza dell’umanità tenera e tenace, che resiste tra i poli estremi della vita contemporanea: la dis-umanità che genera scarto, come tra i migranti, i poveri e gli anziani; e la trans-umanità di un uomo senza limiti. Alleanza: molteplice, tra Dio e uomo, uomo e creato, uomo e altri uomini, per riaffermare il valore di tutto ciò che è umano. Concretezza: il nemico, dice Magatti, è l’astrazione. Un’economia astratta è asservita alla finanza, una politica astratta trasforma i cittadini in elettori, una città astratta è fatta per auto e telefonini, ma non per uomini. In questo contesto, allora, cos’è il “nuovo Umanesimo cristiano” che la Chiesa italiana cerca? Lo ha detto ieri Francesco: «L’umanesimo cristiano afferma radicalmente la dignità di ogni persona come Figlio di Dio, stabilisce tra ogni essere umano una fondamentale fraternità, insegna a comprendere il lavoro, ad abitare il creato come casa comune, fornisce ragioni per l’allegria e l’umorismo, anche nel mezzo di una vita tante volte molto dura». Bella una Chiesa che, per parlare di Umanesimo, dice “dignità” e dice “allegria”.

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Ieri le parole, dunque, oggi il metodo. Domani il cambiamento passerà dai fatti. Quelli dei gruppi di lavoro che si concluderanno raccogliendo gli spunti dei delegati. E quelli dei testimoni della città di Firenze, che incontreremo nei percorsi del pomeriggio. Personaggi come La Pira, Balducci, don Milani: uomini e donne che non solo hanno “detto” Vangelo, ma lo hanno messo in pratica. Per poi avviarci alla conclusione, nella giornata di venerdì.

 

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#Firenze2015, Giorno 2: tre sguardi di papa Francesco  

 

Una tempesta gentile è arrivata a Firenze. La città in festa, bagnata da un sole primaverile, ha accolto Francesco. Molti dicono che questa giornata, col discorso in Cattedrale e la messa allo stadio, è già storia. Non lo so. La storia non la fanno i singoli, ma i popoli. Il popolo della Chiesa italiana ha bisogno di riflettere, togliere dallo zaino i ninnoli inutili, selezionare l’essenziale e poi camminare, correre veloce. Non parte da zero, c’è tanto di bello nelle esperienze in tutta Italia. Ce la possiamo fare.

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Di questa giornata mi restano tre sguardi del Papa in Cattedrale. Il primo è all’arrivo, quando sprizza sorrisi come non si vedeva da un pezzo. Gli scandali sono alle spalle. Sembra dire con gli occhi e coi gesti: “Oggi ci divertiamo”. E infatti il suo discorso è bello, appassionante, a tratti spiritoso. Cattura con la semplicità. Le immagini più belle vengono dal quotidiano: i modelli della Chiesa sono don Camillo di Guareschi, il curato che «conosce uno per uno» la gente del paese; e “un vescovo” che in metropolitana, per non cadere, si appoggia agli altri passeggeri. La Chiesa per stare in piedi è popolare, dialoga, si appoggia alla gente.

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Il secondo sguardo invece dura un attimo ed è aspro, quasi disgustato. Sta dicendo che la Chiesa non può avere fiducia solo «nelle pianificazioni perfette perché astratte», e mentre dice «astratte» vedo questo ghigno acido. La Chiesa per essere autentica deve stare dentro la realtà, bella perché vera. L’idea invece, la dottrina, per quanto perfetta, non si scontra con la fragilità, l’imperfezione che puntella la vita di tutti noi. «La dottrina cristiana si chiama Gesù Cristo», che ha conosciuto l’imperfezione, l’ha vissuta ed esaltata.

E il terzo sguardo è catturato dalle telecamere durante le testimonianze iniziali. Il Papa guarda la cupola della Cattedrale sopra di sé e ha gli occhi assorti del turista in contemplazione. Di lì a poco citerà proprio l’affresco della cupola nel passaggio chiave del suo intervento. Raffigura Cristo giudice che rifiuta la spada e mostra le ferite della croce. La Chiesa deve scegliere, ma Gesù ha già scelto per lei: ogni giorno nel cuore della vita, se necessario fino al fondo della dignità umana, ascoltando sbagliando perdonando e ripartendo. Una Chiesa così interessa a tanti.

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Ci sarebbe molto altro da dire. Ai giovani dice: «Non guardate la vita dal balcone, lavorate per un’Italia migliore». Il temporale ha scosso i delegati, qualcuno ballava sotto la pioggia, qualcun altro, forse, cercava riparo con le mani. Domani i lavori entrano nel vivo con i gruppi di studio. Di solito, dopo la pioggia, l’erba è più verde.

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#Firenze2015, Giorno 1: la forza “rivoluzionaria” del Vangelo

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Le dita rosse del tramonto accarezzano l’Arno, sul Ponte Vecchio brillano le finestre. Firenze accoglie la Chiesa italiana con tante aspettative. Il tema del V Convegno Ecclesiale è il “nuovo Umanesimo” che trova il suo modello in Gesù; ma il sottotitolo non scritto recita: “La Chiesa italiana e il progetto di Papa Francesco”. Come declinare in tutti i territori italiani lo stile della Evangelii Gaudium (l’esortazione apostolica del 2013, manifesto ideologico di Bergoglio)? Questa è la sfida di #Firenze2015. Ben sapendo che non tutti, in Italia, vedono con favore il cammino del pontefice argentino (e le ultime, tristi vicende vaticane lo dimostrano).

I 2200 delegati vengono da tutte le 226 diocesi italiane. Sono laici e sacerdoti, donne e uomini, adulti, giovani e anziani, membri di movimenti e associazioni. Una realtà varia, con tante idee luminose, con qualche acciacco, con forza e speranza miste a timore. I tempi sono difficili, ma non meno di altri. C’è la voglia di generare messaggi positivi, di respirare quella “gioia” che non può mancare nella vita dei cristiani. L’Azione Cattolica è presente con quasi tutta la Presidenza nazionale e ben 250 delegati. Non una bandiera, ma un contributo umile (e utile, si spera) di proposte ed esperienze.

La Presidenza nazionale e l’AC di Firenze

Oggi il Convegno si è aperto coi saluti e la prolusione del vescovo di Torino Cesare Nosiglia. «Siamo qui per inaugurare uno stile» – ha detto –: «Lo stile sinodale deve accompagnare il lavoro di questi giorni e sarebbe già un grande risultato se da Firenze la sinodalità divenisse lo stile di ogni comunità ecclesiale». Che cos’è questa sinodalità? È il syn – odos (dal greco syn, “con”, e odos, “strada”), il camminare – insieme, sullo stesso sentiero. Tradotto: non una Chiesa di gruppetti che non si guardano in faccia, né una Chiesa divisa tra chi dà ordini e chi esegue. Ma una Chiesa che dialoga, che parla e si confronta sui grandi problemi del tempo, in cui tutti, giovani e adulti, preti e fedeli, danno un contributo e sono inclusivi anche verso chi, per qualsiasi vicenda personale, non crede. Una Chiesa “sinodale” è una Chiesa che guida il cambiamento, perché «il Vangelo innesta nella storia una forza propulsiva, “rivoluzionaria” come ebbe a dire Papa Francesco nel viaggio in Ecuador».

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Dopo l’intervento di Nosiglia i delegati escono davanti a Santa Maria in Fiore, stupenda e massiccia. Intorno quell’aria frizzante, come durante l’aperitivo. Domattina arriva già il piatto forte, con l’intervento di Francesco. Per la prima volta il Papa apre il Convegno Ecclesiale. Si vede che ha qualcosa da dire. Io non vedo l’ora di ascoltarlo, con quella aspettativa ideale che auguro a tutti di sentire nel petto, almeno una volta, davanti a una persona che senti credibile, vera, ispiratrice. Buona notte Firenze. Domani è un giorno buono.

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Fenomenologia Flavio Tranquillo

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L’Eurobasket è bello dappertutto, ma in Italia un po’ di più. Perché Teodosic e Spanoulis li vedi con qualunque antenna, ma l’MVP dei microfoni ce l’abbiamo solo noi: Flavio Tranquillo. Di solito sono i primi canali a consacrare le voci della passione nazionalpopolare; oggi che il servizio pubblico latita, ci pensano i social network a creare condivisione. Così le bacheche di Facebook e Twitter esplodono di «Danilo step-baaaaaack!!!» e «Marco da treeeeeeee!!!», già diventati patrimonio nazionale. Se avete appena iniziato a conoscere Flavio Tranquillo, vi affezionerete presto ai suoi tormentoni. Abbiamo raccolto qui i dieci più significativi…. (continua qui: http://crampisportivi.com/2015/09/13/fenomenologia-flavio-tranquillo/)

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Con i migranti, “Io Ci Sto” (perché il diverso è una risorsa, e non un problema)

Mustafa si agita improvvisamente. La sua voce, sempre calma e profonda, diventa concitata. Siamo nel ristorante nigeriano di Sonia al “Gran Ghetto” di Rignano Garganico. Abbiamo appena mangiato uno strepitoso couscous con carne di pecora. Davanti al caffè allo zenzero ho chiesto a “Musta” di raccontarmi il suo viaggio. «Una settimana», mi ha risposto pacato. «La bussola si è rotta e siamo rimasti sulla barca in mezzo al mare. Finalmente ci hanno avvistato e ci hanno portato a Malta per ripararla». «Una settimana senza cibo né acqua?», gli chiedo con curiosità un po’ malsana. Come se conoscere il finale di una storia, lieto o drammatico che sia, ci autorizzi a guardare con più avidità dal buco della serratura della vita degli altri. È qui che Musta, ghanese, arrivato a Lampedusa nel 2011 e poi trasferito a Foggia, perde la sua compostezza. Lascia l’italiano e passa all’inglese come un fiume in piena: «Il cibo e l’acqua c’erano! Ma nessuno di noi voleva bere o mangiare. Man! Stavamo morendo!». Mi fa un segno come di un nodo allo stomaco e riprende: «Stavamo morendo, e nessuno aveva voglia di bere o mangiare!». Silenzio. Scambio uno sguardo con gli altri ragazzi italiani che siedono vicino, e capisco che ci sentiamo tutti delle nullità. Ma Musta ha già ripreso il self-control. Ancora in inglese, ci dice: «Io ho una storia. Tu hai una storia. Tutti noi abbiamo una storia. Insieme, siamo una grande famiglia». Big family. Più tardi, quando lo saluto forse per sempre davanti al C.A.R.A. di Borgo Mezzanone, sento anch’io un nodo, ma alla gola.

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In “Pista” con Fatima (italiana di origine somala, responsabile di “Io Ci Sto”) e Mustafa

Un passo indietro. Dal 16 al 23 agosto sono stato a Borgo Mezzanone (FG) per un campo di servizio con i migranti promosso dall’associazione “Io Ci Sto”. Borgo Mezzanone è un paesino di 500 abitanti. Si trova a 15 km da Foggia, ma è frazione di Manfredonia che ne dista 40. Praticamente una terra di nessuno. A Borgo non esiste uno studio medico, un campo sportivo, neppure un’edicola. Ci sono la parrocchia, un piccolo supermercato e le case “gialle”, “verdi”, “marroni” a seconda della tinteggiatura. Ma, chissà perché, Borgo Mezzanone è diventato punto di riferimento per alcuni non-luoghi. Prima una piccola base aerea della NATO. Poi, negli anni ’90, alcuni container per ospitare i profughi albanesi posti ai margini della pista di atterraggio. Quindi un C.A.R.A.: Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo. I migranti che arrivano sulle coste italiane dal Sud-est asiatico, dal Medio Oriente, dal Maghreb o dall’Africa nera in cerca di asilo politico (perché fuggono da guerre, persecuzioni tribali, violenze politiche, discriminazioni sessuali…), dopo l’identificazione nei C.I.E. (Centri di Identificazione ed Espulsione) vengono spediti nei C.A.R.A. per le procedure necessarie alla verifica della loro richiesta. In Italia ci sono 10 C.A.R.A., tra cui quello più tristemente noto (per le vicende di Mafia Capitale e ora l’omicidio di Palagonia) ha sede a Mineo (CT).

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L’ingresso del C.A.R.A. di Borgo Mezzanone

A Borgo Mezzanone però non ci sono solo i cosiddetti profughi”. Ci sono pure tanti migranti economici”: persone, soprattutto di nazionalità africana, che scappano dalla miseria cercando in Europa la prosperità. Questi migranti si affidano a trafficanti di uomini per i loro viaggi: le famiglie investono molto denaro perché il padre, o un figlio grande, possa partire verso la “terra promessa”. I migranti economici arrivano di solito con lo status di “turisti” (permesso di soggiorno di tre mesi); quando scade il visto, non avendo trovato un lavoro, diventano “irregolari” (non “clandestini”! Clandestino è infatti, giuridicamente, solo il migrante che non viene identificato al suo arrivo; i migranti economici, invece, sono regolarmente identificati nei luoghi di arrivo) e ricevono dalle forze dell’ordine un foglio di espulsione. Ma nessuno accompagna fisicamente queste persone all’aeroporto più vicino: il rimpatrio dunque non viene effettuato, e il migrante rimane in Italia. E che fa? Trova riparo in abitazioni di fortuna (come i casolari abbandonati) o nei “ghetti”: centri abitativi di fortuna, baraccopoli, naturalmente abusivi e formalmente inesistenti per lo Stato italiano. Nei pressi di Borgo Mezzanone i ghetti sono ben due. Il primo è la Pista”, ovvero l’ex base aera della NATO: in questo spazio, un paio di km di asfalto, trovano “casa” diverse centinaia di migranti. Il C.A.R.A. è costruito a circa 500 metri dalla “Pista”: sarebbe una struttura blindatissima, ma dei buchi molto poco blindati sul retro permettono ai profughi di uscire indisturbati e mescolarsi così ai loro fratelli “migranti economici”. L’altro è il “Gran Ghetto” di Rignano: una vera e propria città con quasi duemila abitanti. Qualche mese fa divenne famoso per un servizio del programma tv Gazebo. Nel Ghetto – sempre “all’insaputa” dello Stato – ci sono negozi, macellai, due night club e una dozzina di ristoranti. In uno di questi, da Sonia, è cominciata la nostra storia.

Il “Gran ghetto” di Rignano Garganico visto da fuori. Da dentro, è tutta un’altra cosa

Il “Gran ghetto” di Rignano Garganico visto da fuori. Da dentro, è tutta un’altra cosa

Per i migranti economici, la Puglia (e il foggiano in particolare) è un posto attrattivo: qui infatti ci sono i campi di pomodoro che d’estate richiedono molta manodopera. Il lavoro è massacrante: sradicare gli arbusti dal terreno arido, sotto il sole cocente. Ma lo si fa per disperazione durante i mesi estivi come unica forma di reddito (ovviamente in nero). Ecco così che il cerchio malato trova la sua quadratura: i migranti, che non siamo in grado di accogliere (perché mancano le strutture, o perché le procedure sono lentissime) – ma che non rimpatriamo ai Paesi d’origine, finiscono emarginati, senza casa né reddito, disposti a tutto pur di sopravvivere. E il lavoro nero nei campi di pomodoro fa comodo a tutti: ai proprietari terrieri, che non pagano i contributi sul lavoro; allo Stato, che si lava le mani di centinaia di persone irregolari; soprattutto alle multinazionali della produzione industriale di pomodoro, che ottengono la materia prima a un costo molto basso. E il sistema gira, come un cubo di Rubik apparentemente senza combinazione: fermare le partenze? E come si fa, col Medio Oriente in subbuglio e il Nord Africa ingestibile? Accogliere tutti? E in quali strutture, con quali fondi? Distruggere i barconi? E togliere l’unica speranza a donne e uomini in fuga? Una sola cosa è certa: il problema dei migranti è complesso, frutto di vissuti culturali, di paure e speranze, di tanti piccoli e grandi errori, di interessi e scelte politiche. A un problema complesso non si può rispondere mai, mai con risposte semplici. Chi ha pronto lo slogan, magari spendibile per una campagna elettorale, o non è capace di affrontare questioni complesse oppure è in malafede. E la corsa alla semplificazione, nell’era di Twitter e dei tuttologi da talk show, è malattia che non ha colore politico.

Un momento di formazione a “Io Ci Sto”

Un momento di formazione a “Io Ci Sto”

Se c’è invece un principio universalmente valido, che ci deve guidare (“ci” inteso come “noi occidentali”) in questo momento delicato e storico, è quello della dignità della persona. La realtà che oggi vivono molti migranti è disumana. La soluzione, che si troverà in un processo e non in un singolo evento, sta in un approccio umanizzante. Passa dal capire che il migrante non è un corpo sofferente su un barcone, o morto in fondo al mare. Non è un disperato pronto a tutto per sopravvivere. Non è un numero che tenta di superare un muro insieme ad altri numeri come lui. Non è un poveraccio con meno risorse, economiche, fisiche o intellettuali, di noi. È un essere umano pieno di talenti e ricchezze. È, come diceva Mustafa, una “storia”, che può arricchire e migliorare le nostre storie personali e comunitarie. Questa è la bella intuizione di “Io Ci Sto”: i volontari del campo si mettono a disposizione dei migranti per una scuola d’italiano amatoriale e per riparare le biciclette, che sono spesso l’unico mezzo di trasporto per raggiungere i campi. Ma lezioni e ciclo-officina diventano un modo per socializzare, per parlare, per riconoscersi diversi e uguali al tempo stesso: insieme, in lotta per un futuro migliore del presente.

La ciclo-officina

La ciclo-officina

Nel mio piccolo, è questa la “sorpresa” più grande che ho portato a casa da Borgo Mezzanone. Sono partito con l’idea di fare un servizio di carità a persone più sfortunate di me, provate ingiustamente dalla stessa Vita che a me ha dato tutto. Ho trovato invece ragazzi in gamba, spesso istruiti, sempre determinati e disponibili. Mi hanno spiegato poi che i migranti sono i “migliori” delle loro terre: le famiglie s’indebitano scommettendo sul membro più forte, intelligente o preparato, quello che avrà più carte da giocarsi una volta arrivato in Europa. E così la mia settimana è puntellata di storie, di volti che ho incrociato magari per pochi istanti.

C’è Ibrahim, che ha 19 anni ma ha lasciato casa nel 2007. Viene dal Mali, è stato da un fratello in Senegal e poi da uno zio in Gambia. L’anno scorso è arrivato a Catania, ora è a Foggia per l’estate. Porta a riparare la sua bicicletta e mentre gliela aggiustano mi dice in inglese: «Voi vi mettete a disposizione, quello che fate è utile per noi. Lo apprezzo molto». Tu apprezzi noi. E cosa dovrei dire io di te, che hai avuto il coraggio di andartene da casa a undici anni?

C’è Famara, che è in Italia da un anno. Faccio lezione a lui e ad altri 5-6 ragazzi, metà anglofoni e metà francofoni. Io me la cavo con l’inglese, ma francese zero. Famara il francese lo sa. E allora mette da parte la sua scheda e traduce ai francofoni quello che io non riesco a spiegare. Poi al gruppo si aggiunge Mahmadou, che non parla né inglese né francese. Addio. E invece no: Mahmadou è di una nazionalità diversa, ma della stessa etnia di Famara: così si capiscono in bambarà, una delle mille lingue tribali dell’Africa. E la lezione riprende: io spiego in inglese, Famara traduce in francese e in bambarà. Alla fine lo ringrazio e gli dico: «Famara, tu sei un professore!». E lui ride di gusto, come solo gli africani sanno ridere.

C’è Korka, anche lui del Mali. Una sera, in Pista, passiamo di fianco a una baracca adibita a Chiesa. Dentro, dei nigeriani pazzi con tanto di batteria e chitarre elettriche urlano a squarciagola una canzone che fa: «Thank you, Jesus! Thank you!». Spettacolo. Korka mi si avvicina e dice: «Io sono musulmano, ma rispetto i cristiani. Islam e Cristianesimo sono come le due braccia di un uomo. Con tutte e due le braccia, insieme, puoi tenere in mano le cose. Con uno solo, non riesci». Parliamo dell’ISIS, della violenza barbara, della necessità di rispondere con la cultura. Grazie Korka, ho capito cos’è il dialogo interreligioso. E non ho avuto bisogno di aprire un libro.

C’è Moussa, del Senegal, pelle nerissima e occhi profondi. Può starti accanto per ore senza dire una parola. Mi prende in fiducia, diventiamo amici. Una sera mi guida tra i container della Pista. Un bianco da solo deve stare attento, istintivamente non è percepito come amico. Ma un bianco accompagnato da un nero è intoccabile. Mi racconta di suo fratello che fa il lottatore. Mi mostra sul telefono le foto della sua città, Bettenty. Mi fa conoscere i suoi amici, chiede se domani mi portano al lavoro con loro: «No no, bianco no buono per lavoro!». Risate. Mi conduce al negozio che fa da spaccio, compra due sigarette (vendita singola, non al pacchetto) e me ne offre una. Credo sia il suo modo di dirmi che siamo fratelli.

Moussa

Moussa

Mahmadou, Fatty e Boubou

Mahmadou, Fatty e Boubou

E ci sono tante altre storie: di Fatty che d’inverno viene a Roma e ha promesso di venirmi a trovare. Di Guebre che in dieci minuti impara i verbi irregolari. Di Abou che tifa Barcellona e sa tutto di Messi. Di Rahim che è arrivato da due settimane, ha finito il college in Africa e parla un inglese che io me lo sogno. Il dato sconvolgente, di cui via via prendo consapevolezza, è questo: se sapessimo fare un investimento sui migranti, offrendo loro servizi e assistenza nella fase iniziale del soggiorno in Italia, da questi ragazzi avremmo solo ritorni positivi, persino dal punto di vista economico. Dovremmo sostenere una prima spesa, certo, ma ne avremmo dei benefici. E il discorso non è più solo religioso, filosofico o politico. È, se vogliamo, anche banalmente materiale. I migranti hanno almeno tre cose che possono esserci utili: 1. Competenze, preparazione, intelligenza, voglia di imparare. 2. Disponibilità a fare ogni tipo di lavoro, anche i più umili, anche quelli che noi italiani non vogliamo fare più. Serve manodopera per il settore agricolo? Loro ci sarebbero! Ma diamogli tutele, un reddito dignitoso, tutti quei semplici “diritti del lavoro” che per la nostra civiltà sono conquiste. 3. Uno spirito di leggerezza che noi abbiamo perso. Hanno il sole dentro, non c’è niente da fare. Facevo lezione e immaginavo i miei “studenti” messi in un ufficio statale italiano, dopo sei mesi di corsi seri per imparare la lingua: sono sicuro che lo ribalterebbero, nel senso più positivo del termine. Se fossimo realmente accoglienti, non c’è dubbio, ci guadagneremmo. E, prima di tutto, resteremmo umani.

La scuola di italiano

La scuola di italiano

Mi hanno sempre insegnato, in famiglia, a scuola, in Azione Cattolica, che la diversità è una ricchezza. A Borgo Mezzanone l’ho sperimentato concretamente. Invece, i migranti che arrivano in Italia sono sottoposti quasi scientificamente all’emarginazione, all’isolamento, al degrado umano. Domenico Quirico, il giornalista che leggo più volentieri quando si parla di migrazioni (qualcuno ricorderà il suo lungo e drammatico rapimento in Siria), ha raccontato la vita nei C.A.R.A., dove i migranti sono tenuti in stallo, in attesa di procedure burocratiche interminabili, senza praticamente fare nulla. Li ho conosciuti, questi ragazzi col fuoco dentro ma che facciamo vivere in un congelatore. E li ho ritrovati nelle parole di Quirico. Mi basta sostituire “Borgo Mezzanone”, la realtà che ho conosciuto io, a quella di Mineo descritta da lui:

«Sono tante in una vita anche tribolata le ore dolci che si ricordano: il mondo si restringe nel cerchio di chi ami, le agitate onde di fuori si spezzano alle sue dighe. Questo ai migranti è vietato. Cibo vestiti un tetto il campo di pallone la sicurezza di non essere uccisi: a Mineo c’era tutto questo ma non la possibilità di avere una di quelle ore. Mineo è il vuoto in cui la migrazione ti immerge. Da una parte quello che fu, guerre rivoluzioni fanatismi miseria, che infine, almeno per chi vi ha trovato accoglienza, forse non sarà più. Sono arrivati, sono qui. Ma poi? Che c’è dopo? Ecco tutta la specie di tenebre che li hanno difesi contro la durata della felicità. Tutto si riduce a quel seppellimento e a quel buio che la vita vuol sfuggire. Il domani semplicemente non c’è. Due anni forse più per l’autorizzazione i ricorsi, in caso di primo rifiuto. I tribunali sempre più ingombri. Il domani non è quel ciabattare davanti alle belle case fresche e nuove del “residence delle arance”. Non lo sciamare per i campi e i frutteti a cercare caporali a caccia di manodopera, non la quotidiana migrazione delle ragazze verso sozzi stradoni dove cercare clienti: dieci euro vieni, solo dieci euro. Nessun contatto con il mondo vivo, normale. Ti imbarbarisci, diventi un altro. La notte si espande da essi come da una ferita al loro fianco».

Il tramonto sui campi del foggiano

Il tramonto sui campi del foggiano

Voglio chiudere questo racconto tornando all’attualità. Proprio in questi giorni, il dramma dei migranti è al suo apice. E non si vede come possa risolversi a breve. Certo, tra i migranti ci sono anche persone violente, instabili, a volte semplicemente disperate. Il diciottenne che sembra aver ammazzato la coppia di Palagonia forse ha dei problemi psichici, forse è un giovane crudele. Ce ne sono in tutte le comunità. Per un migrante che uccide, ce n’è un altro che muore per sventare una rapina. La figlia della coppia di Palagonia ha detto che la morte dei genitori è anche responsabilità dello Stato che «non fa altro che accogliere» queste persone che «vengono qui a rubare, ad ammazzare». Non mi sento di giudicare uno sfogo in un momento di dolore accecante. Le ritengo parole fortemente sbagliate, meno per quel concetto iniziale: c’è una responsabilità dello Stato, o meglio della politica a tutti i livelli, a cominciare da quella comunitaria dell’Unione Europea. Una responsabilità che è nata quando si è cominciato a guardare ai migranti come un unico corpo problematico, senza curarsi delle storie, personali e collettive, di ogni migrazione. Eppure noi europei dovremmo saperne qualcosa: tra il 1940 e il 1945, 16 milioni di noi migrarono dall’Europa. Dal 2010 al 2015, i profughi di Africa e Siria verso l’Europa sono stati 2 milioni. Un ottavo.

Postilla finale. I famosi “35 Euro al giorno”. Sono le risorse che Stato e UE mettono a disposizione degli enti gestori dei vari centri di accoglienza (Comuni, Province, ora anche organizzazioni private…) per l’assistenza giornaliera a ciascun migrante. Soldi che arrivano dunque a un ente, NON a singole persone. Poi, spesso, l’ente gestore del Centro offre un servizio ai migranti dai costi molto inferiori ai 35€ al giorno. E con i risparmi quotidiani, moltiplicati per centinaia di migranti e centinaia di giorni, nascono le sacche di ricchezza riciclata per affari come quelli di Mafia Capitale.

Pranzo insieme a “Io Ci Sto”

Pranzo insieme a “Io Ci Sto”

Come si conclude un racconto del genere? Ci provo con l’arte. È una poesia di Bertolt Brecht, intitolata “I giacigli della notte”. Ce l’ha letta Gianluca, un ragazzo romano, durante la condivisione finale del campo. Vuole anche essere l’occasione per ringraziare di cuore padre Arcangelo, Fatima, Claudia, le persone di Borgo Mezzanone che collaborano col campo e tutte le ragazze e i ragazzi che hanno detto “Io Ci Sto”. Don Lorenzo Milani, cinquant’anni fa, insegnava ai suoi ragazzi a dire: “I Care”. A Borgo Mezzanone, Barbiana di oggi, quella frase risuona ancora.

Ho sentito dire che a New York
all’angolo della 26° strada e di Broadway
nei mesi invernali ogni sera c’è un uomo
e ai senzatetto che si radunano
pregando i passanti procura un giaciglio per la notte.

Con questo il mondo non cambia,
le relazioni fra gli uomini non migliorano,
l’epoca dello sfruttamento non è per questo vicina alla fine.
Ma a qualcuno non manca un giaciglio per la notte,
il vento viene tenuto lontano da loro per una notte,
la neve destinata a loro cade sopra la strada.

Non deporre il libro tu che leggi, uomo.

A qualcuno non manca un giaciglio per la notte,
il vento viene tenuto lontano da loro per una notte,
la neve destinata a loro cade sopra la strada.
Ma con questo il mondo non cambia,
le relazione fra gli uomini per questo non migliorano,
l’epoca dello sfruttamento non è per questo più vicina alla fine.

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Il cuore grande di Metta World Peace

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Questo è l’inizio di una storia d’amore. E come in tutte le storie d’amore, il giorno e l’ora sono scolpiti. Prime luci del 18 giugno 2010, fuso europeo. Sto iniziando a seguire la NBA e ho fatto notte, per vedere in faccia una gara decisiva. La PIÙ decisiva: è la settima delle Finals, Celtics contro Lakers. Tifo L.A. come tanti, perché all’inizio dei 2000 Kobe e Shaq erano divini. La partita è un thriller col finale punto a punto: adesso – penso ingenuo – una delle due stelle, Pierce o il mio Bryant, fa il numero e la decide. Come sempre, in quel grande entertainment che è lo sport USA. Manca un minuto e guarda caso, coi Lakers a +3, Kobe ha la palla in mano. Ne sono sicuro, arriva il canestrone: sarà MVP e parade angelena. Ma ecco, qui il copione va in pezzi. Bryant s’incarta e non sa che fare, scarica una palla improbabile a Ron Artest. E Ron è uno che coi copioni ha sempre avuto dei problemi, che vive la vita come un’eterna improvvisazione. Riceve nel mezzo angolo marcato proprio da Pierce. Con la naturalezza dell’attore consumato, danza uno step-back e rilascia una piuma: ciuff, +6, anello. Il «Non ci prendono più» è un bacio scenografico che dallo Staples abbraccia il pianeta, mentre il volto sembra dire: «E che problema c’è?». (continua qui: http://crampisportivi.com/2015/03/30/il-cuore-grande-di-metta-world-peace/)

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