Papa Francesco – piazza san Pietro report

San Pietro, sette meno cinque di sera. La piazza, allegra fino a un attimo fa, è di colpo seria. A minuti arriverà la fumata. Piove. Piove da tutto il pomeriggio. Sono arrivato a san Pietro poco prima delle quattro, e già pioveva. Ho fatto un giro nella piazza, bellissima, variopinta, religiosa e sorridente, in attesa ma con gioia. Mi ritrovo con gli amici di AC e dell’università. L’attesa della fumata delle cinque e mezza, che non arriva. Si va oltre, si resta qui.

Le sette. Ancora niente. Lo sguardo al comignolo sopra la Sistina. I cardinali sono lì dentro, chissà che si stanno dicendo. Le sette e cinque, sempre niente. Altri minuti, ormai la piazza è una corda in tensione. Uno sbuffo di fumo, chiaro, dal comignolo. «È bianca!» Sì, ma la fumata all’inizio sembra sempre bianca. Tre secondi, quattro, dieci, venti. L’eccitazione cresce. «È bianca, è bianca, è bianca!». È bianca. Le campane suonano a festa, energiche. La folla è un fremito, tutti scattano verso la basilica, come all’inizio di un concerto. Ma è un’emozione strana, nuova, inqualificabile. Non è come quando la rockstar che sognavi di vedere si materializza sul palco. Non è come quando la squadra del cuore segna in uno stadio gremito. È sempre un sussulto di massa, collettivo, ma in questo sentimento c’è di più. C’è la consapevolezza di presenziare a un fatto storico – l’elezione di un Pontefice – ma soprattutto c’è una speranza comune, fraterna: che quell’uomo ancora sconosciuto, scelto dai cardinali come successore di Pietro, possa essere a guida della Chiesa come un ispiratore di pace, di amore, di dialogo. Per tutti gli uomini, credenti, atei, di altre fedi. C’è in quell’emozione collettiva un desiderio di bene per tutti gli uomini. È una sensazione diversa da ogni altra, mai provata. Unica.

Il fumo cessa di uscire dal comignolo. Arrivano sul sagrato le guardie svizzere, la banda. Chiudiamo tutti gli ombrelli. Piove ancora ma non ce ne accorgiamo. Passa un’ora. D’un tratto non piove più, il cielo è limpido sopra san Pietro. Alla fine le tende dietro la finestra del loggione si muovono. La voce del protodiacono Tauran è un petardo: «Habemus papam!». Mi diranno poi che il cardinale è malato di Parkinson, così si spiega quel suo scoppio entusiasta. Ma in quel momento sembra proprio un’esclamazione impaziente: dopo un mese di incertezza, la Chiesa ha finalmente il nuovo pastore.

«Eminentissimum ac reverendissimum dominum, dominum Georgium Marium» – non è Angelo, Scola; non è Pedro, Scherer; non è O’ Malley, Dolan, Tagle…ma chi è? – «Sanctae Romanae Ecclesiae cardinalem Bergoglio» – Chi? Bergoglio? Bergoglio! Argentino, mi pare ci fosse anche al Conclave precedente, dunque in là con gli anni…c’è stupore, nessuno lo aveva pronosticato. Due signore davanti a me si abbracciano: «Francesco, Francesco! Te lo avevo detto, c’è bisogno di una Chiesa povera! Francesco!» Non ho sentito l’ultima parte della formula di Tauran, sono le signore a informarmi del nome che il nuovo papa si è scelto. Ma già un altro fremito pervade la piazza. Ora è tutto più chiaro: è il primo papa sudamericano, per primo prende il nome del santo povero di Assisi. Qualcosa di grande sta accadendo, oggi.

E adesso l’attesa è tutta per lui. Il cardinal Bergoglio, papa Francesco. Esce sul loggione, lo vediamo nel maxischermo: sembra impacciato, anziano. Prende la parola, conquista la piazza. Tre momenti mi restano particolarmente impressi. Per iniziare, l’esordio più semplice: «Fratelli e sorelle, buonasera». È già sintonia, empatia. Più tardi, prima della benedizione, «vi chiedo un favore»: pregate voi per me. È un rapporto di cortesia, di gentilezza reciproca, di assoluta parità tra popolo e guida. Infine, per salutare: «A presto…ci vediamo presto». Sono qui, sono vicino a tutti voi. Ho bisogno di stare vicino a voi, perché la Chiesa è fatta dai fedeli che la compongono. Una guida senza un corpo, che guida sarebbe? E poi, in mezzo, quel silenzio nel momento di preghiera. Come a Cuatro Vientos, Gmg di Madrid, con Ratzinger. Come quella volta, dopo la pioggia, per un istante tutto il mondo è in silenzio. Emozione.

Altri, molto meglio di me, potranno spiegare la portata storica di quel chiedere che il popolo preghi per il papa prima che il papa benedica il popolo; o quei continui riferimenti alla diocesi di Roma, come a rendere ancora vicino, tangibile, umano il mandato del papa. A me restano queste parole semplici, umili, di un fratello maggiore che parla a me, credente, e a tutte le persone del mondo: nel segno di una «fratellanza» tra gli uomini da costruire insieme.

Il papa si ritira, la piazza si svuota. Capannelli di persone in festa, suoni di tutte le lingue. Abbracci, sorrisi. Di questa giornata porterò con me il ricordo delle tante persone diverse che c’erano a san Pietro. Bambini e giovani, adulti e anziani. Religiosi e religiose; uomini con le valigette del lavoro; donne con i bambini in braccio; anziane signore, distinti signori; studenti curiosi, tantissimi ragazzi. C’era una folla immensa oggi a san Pietro. Quando papa Francesco chiede di pregare con lui per il papa emerito Benedetto XVI, Pater Ave Gloria, non tutti lo seguono. Eppure oggi siamo tutti Chiesa, tutti uomini e donne che sperano in un mondo migliore, con i valori che Gesù ha portato nel mondo. Una stella brilla sopra la basilica. La storia è scritta, la vita di tutti i giorni continua. Con la semplicità e l’umiltà di un nuovo papa, con la bellezza di riconoscersi uomini alla ricerca di ciò che è bene e di ciò che è vero. «Buona notte, e buon riposo».

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Informazioni su Gioele Anni

Da piccolo sognava di fare il calciatore per andare ai Mondiali. Ora sogna di fare il giornalista per andare ai Mondiali. Segretario nazionale MSAC, studente alla Scuola di Giornalismo "Walter Tobagi" di Milano (2016-18). @gioeleanni
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